I difensori della montagna (I)

Internazionale 1433-29.10.2021

Mohammed el Kurd, The Nation, Stati Uniti

Per mesi gli abitanti palestinesi di Beita hanno protestato contro un avamposto israeliano illegale. Creando un nuovo modello di resistenza

i fatti

Maggio 2021 Cinquanta famiglie di coloni israeliani occupano con le roulotte un’area di 3,5 ettari sul monte Sabih, creando l’avamposto illegale di Evyatar. I terreni appartengono ai villaggi palestinesi di Beita, Yatma e Qabalan. Gli abitanti si mobilitano con proteste quotidiane. L’esercito israeliano interviene per reprimerle, uccide sette palestinesi e ne ferisce centinaia.

Luglio In seguito a un accordo con il governo israeliano l’avamposto è sgomberato. L’esercito però resta schierato nella zona, a difesa delle case mobili e per impedire agli abitanti palestinesi di riprendere il possesso delle loro terre.

10 ottobre Centinaia di abitanti di Beita raggiungono le loro terre per partecipare alla raccolta delle olive. L’area resta sotto la minaccia di una confisca formale dell’esercito israeliano, che potrebbe dichiararla “terra dello stato” o trasformarla in una base militare. Gli abitanti di Beita hanno promesso di continuare la loro protesta fino a quando l’esercito israeliano non lascerà l’avamposto. Al Jazeera

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L’orologio segna quasi le dieci di sera. È una domenica di agosto e gli abitanti di Beita, un villaggio palestinese nel nord della Cisgiordania occupata, si stanno radunando sul monte Sabih, dove all’inizio di maggio i coloni israeliani hanno costruito un avamposto illegale. I palestinesi si preparano a quello che chiamano “disturbo notturno”, un rituale di resistenza che da più di cento giorni va avanti senza tregua, e si evolve. Il suo obiettivo è rovinare la permanenza dei coloni israeliani in queste terre.

Stasera ci sono più di cento persone sulla cima della montagna. I bambini saltellano con le loro fiaccole improvvisate. Alcuni uomini di circa ottant’anni siedono a gambe incrociate su grandi massi e puntano i raggi verdi dei laser in direzione dell’avamposto. Qualche ragazzo si allena con la fionda. Alcuni bruciano copertoni, altri intonano cori. Ogni tanto si sente un’esplosione distante, a volte è una granata stordente dei soldati israeliani, altre volte un barile industriale fatto esplodere dai difensori della montagna per sorprendere i soldati. Un uomo gironzola offrendo alla folla caffè e acqua. Qualcuno ride. Poi, quando i difensori della montagna arrivano sulla scena, cala il silenzio.

“Noi siamo i figli di Beita, i difensori della montagna”, dice uno di loro, forse appena trentenne, con il viso avvolto in una kefiah per nascondere la sua identità. “Difendiamo noi stessi e le nostre terre dalle bande di coloni che sono venute a rubarcele con la protezione dell’esercito occupante e del loro stato fascista”.

Alcune videocamere registrano il discorso, che in un certo senso ripete un motivo familiare ai palestinesi. Esprime con chiarezza le inevitabili distinzioni tra colonizzatori e nativi, e condanna il ruolo dei mezzi d’informazione, che nascondono una realtà esplicitamente asimmetrica. “Noi non abbiamo sparato un colpo, mentre la potenza occupante ne ha sparati migliaia”, prosegue l’uomo. Appena conclude, i difensori della montagna marciano in avanti, al suono dei canti.

Nel sangue

Sono andato a Beita – distante un paio di ore e di posti di blocco militari da casa mia, a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est – spinto dal desiderio di vedere con i miei occhi questo rituale notturno. Il movimento di protesta nella moderna Beita ricorda la prima intifada (rivolta) palestinese, e le immagini che arrivano oggi dal villaggio riflettono quelle degli anni ottanta: giovani in jeans che bruciano copertoni e lanciano pietre, marciando a petto nudo verso soldati con una corazza d’impunità e armi statunitensi.

Come altre migliaia di persone, avevo seguito questa storia sui social network, dove la campagna #SaveBeita ha ottenuto grande popolarità, alimentando un enorme sostegno per i difensori della montagna. Mentre i grandi mezzi d’informazione hanno tendenzialmente ignorato la storia, almeno fino a quando i soldati israeliani non hanno inevitabilmente ucciso un abitante di Beita. I palestinesi finiscono in prima pagina solo come vittime o cattivi, quasi mai come combattenti per la libertà capaci di agire politicamente. “Gli piacciamo solo quando facciamo una resistenza morbida”, mi dice un esponente della comunità, offrendomi una sigaretta. “Qui facciamo una resistenza dura”.

Questo modello di resistenza meriterebbe di andare in prima pagina. È inarrestabile, collettivo e sfacciato. Ha anche spostato gli equilibri in una situazione apparentemente impossibile. A luglio i coloni hanno lasciato la zona a causa delle proteste continue. Mentre le loro case mobili rimangono intatte e pesantemente sorvegliate, e il regime israeliano valuta se dichiarare quella terra una zona militare di proprietà dello stato, gli abitanti di Beita hanno giurato che non smetteranno di resistere finché il monte Sabih non sarà liberato.

Quando ho parlato con le persone di Beita della loro resistenza, spesso ho ricevuto risposte che la facevano sembrare tanto semplice quanto istintiva, nonostante il rischio di essere arrestati e di morire. “La difesa della nostra terra ce l’abbiamo nel sangue, si tramanda di generazione in generazione”, mi ha detto un abitante di Beita per spiegare la lunga lotta del villaggio contro soldati e coloni. “I nostri genitori hanno combattuto e sacrificato tanto per mantenere le nostre terre. Non possiamo deluderli”.

Eppure è innegabile che il prezzo della resistenza di Beita sia stato alto. Le autorità di occupazione israeliane hanno risposto alle proteste con arresti di massa e violente repressioni, uccidendo sette palestinesi, di cui due bambini. Secondo il dottor Mohammad al Adel dell’ospedale Rafidiya a Nablus, il più vicino a Beita, da quando sono cominciate le proteste le forze israeliane hanno ferito più di tremila palestinesi a Beita, molti con armi da fuoco. Ci sono prove che i soldati hanno ripetutamente attaccato le ambulanze.

Nonostante questo la città, secondo le persone con cui ho parlato, sembra sostenere le proteste, pienamente e unanimemente, mettendo a disposizione le sue risorse per la difesa condivisa della montagna. Per avvertire i vicini delle incursioni dei coloni o dell’esercito si usano i minareti, proprio come nei giorni della prima intifada. Le famiglie annullano matrimoni o feste se qualcuno è ucciso. La città piange collettivamente i suoi martiri. I manifestanti non hanno smesso di andare sul monte Sabih per più di cento giorni. E invece di festeggiare il superamento del tawjihi (l’esame delle scuole superiori) i diplomati di quest’anno hanno donato i loro fuochi d’artificio ai difensori della montagna, per usarli nelle attività notturne di disturbo.

Sotto il tappeto

Al cuore di questa resistenza c’è una combinazione di disciplina e creatività. I difensori della montagna sono divisi in unità non gerarchiche, che hanno impiegato varie tattiche per disturbare l’attività dei coloni: l’unità gomme, che bruciava copertoni; l’unità trombe, che sparava suoni ad alto volume; l’unità laser, che proiettava luci; l’unità esploratori e l’unità fuochi artificiali. Esisteva anche un’unità barbieri, che tagliava i capelli gratis sulla cima della montagna. Anche i bambini della città hanno contribuito. “L’unità fiaccole l’ha inventata un dodicenne”, mi ha raccontato un uomo.

Qualche notte prima della mia visita, alcuni giovani erano riusciti a mettere le mani su dei gas lacrimogeni lasciati in un’auto della polizia rimasta aperta. Avevano creato quello che uno dei difensori della montagna ha definito un candelotto “primitivo ma utile” da rispedire ai soldati. Tutti questi dettagli delineano la “resistenza dura” di Beita come una risposta naturale e senza filtri alla sopraffazione.

Altrove in Palestina la “resistenza dura” è stata per lo più resa inoffensiva da decenni di demonizzazione e mistificazioni. Quando è l’assassino a rispondere alle domande sugli omicidi, le rivolte diventano “scontri”, le pietre armi automatiche, la resistenza è fatta passare per terrorismo, e la storia e il contesto sono nascosti sotto il tappeto. Ma quest’estate Beita si è riappropriata dell’immagine del combattente per la libertà palestinese e l’ha riproposta a chi stava a guardare.

La storia di Beita risale almeno alla Nakba (la “catastrofe”, cioè la cacciata dei palestinesi dalle loro terre in seguito alla creazione di Israele nel 1948), con molti momenti di incursione e insurrezione nei decenni successivi. “Non è un concetto nuovo”, mi ha detto uno dei difensori della montagna mentre eravamo seduti sotto un albero di ulivo e guardavamo gli anzia ni illuminare la colonia con i loro laser. È cresciuto andando a visitare il fratello maggiore in una prigione israeliana, mentre ora va a trovare quello minore, che è stato arrestato per aver protestato contro l’avamposto dei coloni. “Abbiamo vissuto questa situazione per tutta la nostra vita”.

(segue)