Un uno-due dal NYT: persino per Friedman la soluzione dei due Stati è moribonda

Di James North 19/12/2022    https://mondoweiss.net/2022/12/one-two-punch-in-nyt-includes-longtime-israel-apologist-friedman-saying-two-state-solution-is-moribund/

Senza dubbio la lobby statunitense pro-Israele ha tenuto riunioni di emergenza ieri, dopo la pubblicazione del New York Times di domenica. Due articoli nella sezione Opinioni devono averli spaventati. Innanzitutto, un lunghissimo articolo di Thomas Friedman in cui l'editorialista ammetteva, nel paragrafo iniziale, che "la prospettiva di una soluzione a due Stati è praticamente svanita"; poi, un'editoriale a tutta pagina dal titolo: "L'ideale della democrazia in uno Stato ebraico è in pericolo".

Benjamin Netanyahu ha già risposto con rabbia all'editoriale del Times, accusando il giornale di "demonizzare Israele da decenni" e di "sabotare il nuovo governo di Israele risultante dalle elezioni".

Vale la pena di esaminare le due opinioni del Times. Per di più, anche lo staff giornalistico del Times dovrebbe essere in imbarazzo , perché entrambi i pezzi si basano su dati e informazioni che nel corso degli anni gli stessi giornalisti del quotidiano hanno ignorato, coperto o distorto. L'editoriale ha persino dovuto, per sua vergogna, citare un articolo della recente pubblicazione online Axios, invece che poter far riferimento ai propri giornalisti. 

L’articolo di Friedman, che occupava due intere pagine dell'edizione cartacea, costituisce la preoccupazione maggiore per la lobby. Né lui né i redattori del Times hanno usato la parola "apartheid" una sola volta, anche se organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International hanno affermato che essa caratterizza il comportamento di Israele, sia all'interno dei confini pre-1967 che nei territori palestinesi occupati. Ma Friedman continua chiaramente a proseguire con il suo pluridecennale e incondizionato sostegno a Israele, come aveva già segnalato il 4 novembre scorso all'indomani delle elezioni israeliane.

Cominciamo con alcune delle contestazioni di Friedman all'ortodossia pro-Israele. Dopo aver esordito dichiarando che la soluzione dei due Stati è "in ospedale" e che "solo una cura miracolosa potrebbe salvarla", Friedman approfitta del suo recente viaggio in Israele/Palestina per rimediare ad alcune manchevolezze del suo giornale. In primo luogo, cita semplici fatti; rompe il tabù del Times di citare B'Tselem, la rispettata organizzazione umanitaria israeliana, e sottolinea che nell'ultimo anno in Cisgiordania "circa 20 israeliani e più di 150 palestinesi sono morti in eventi violenti". Egli usa la voce passiva, senza dire chi ha causato quelle morti, mentre la maggior parte dei reportage mainstream ignora completamente le vittime palestinesi.   Friedman non assolve il pericoloso Itamar Ben-Gvir, il razzista e suprematista ebreo che probabilmente sarà il prossimo ministro della Sicurezza nazionale quando Benjamin Netanyahu tornerà al potere. Egli osserva che Ben-Gvir è a capo di gruppi paramilitari che una volta in carica "sarebbe facilmente in grado di armare ... contro le popolazioni arabe e palestinesi israeliane". Friedman ha anche poca fiducia nella promessa di Netanyahu di tenere sotto controllo i suoi nuovi ministri:

Netanyahu ha sostanzialmente detto ai politici americani, agli ebrei americani e agli alleati arabi di Israele che, sebbene stia mettendo le volpi a capo dei pollai e distribuendo benzina ai piromani, il suo potere personale e la sua saggezza impediranno ai suoi partner estremisti di portare Israele in un precipizio".

Friedman ha visitato anche Hebron, nella Cisgiordania occupata, dove gli attacchi dei coloni ebrei contro i palestinesi sono in aumento. Cita un articolo del Times of Israel su un recente fatto ampiamente riportato (e filmato), in cui uno dei soldati dell'occupazione ha attaccato un dimostrante ebreo pro-palestinese e un altro ha sogghignato: "Ben-Gvir sistemerà le cose in questo posto". (Friedman si è chiesto perché non è stato in grado di venire a sapere di episodio dal suo stesso giornale?) 

Thomas Friedman ha fatto abbastanza strada e conviene ricordare che egli stesso fu un vero reporter, prima che la sua ricerca dei fatti si andasse invece riducendo ad interviste con i tassisti mentre si recava ad appuntamenti con i grandi CEO del settore tecnologico.   Ma il vecchio Friedman non è scomparso. Ecco solo un esempio: nota che il 21% dei cittadini all'interno dei confini israeliani del 1967 sono cittadini palestinesi di Israele, un dato che i suoi colleghi dell'informazione hanno per lo più ignorato nel corso degli anni, e che i cittadini palestinesi sono indietro rispetto agli ebrei israeliani in tutti gli indicatori di benessere. Ma poi offre una spiegazione parziale e ridicola: "Per troppi anni, il governo [israeliano] non è riuscito a far progredire la pianificazione e la zonizzazione delle aree arabe israeliane, tanto che non è stata costruita una sola nuova città araba...". Un po' più di informazione avrebbe potuto rivelare che questa politica è deliberata e molti palestinesi e i loro alleati ebrei la considerano un passo verso l'espulsione e la pulizia etnica.

Ciononostante, la parziale apostasia di Friedman darà agli alfieri dei media pro-Israele, come CAMERA e Honest Reporting, un sacco di lavoro frenetico nei prossimi giorni. Cominciamo dall’editoriale del Times. Senza dubbio si stanno compiacendo  per il loro coraggio, ma il loro lavoro è patetico e timido, anche in contrasto con Friedman. Almeno riconoscono che "il governo del signor Netanyahu . . . è una minaccia significativa per il futuro di Israele", ma continuano a indicare che una soluzione a due Stati è possibile, facendo la comica affermazione che "il principio di realizzare due Stati rimane il fondamento della cooperazione americana e israeliana".  Nell'editoriale manca l’argomento più forte dell'articolo di Friedman. Non si riconosce che i nuovi ministri della sicurezza estremisti di Netanyahu sono sul punto di scatenare una Terza Intifada.

L'unico suggerimento pratico in questo zoppicante editoriale è che i leader americani dovrebbero dire pubblicamente che i piromani di Netanyahu sono "preoccupanti", ma poi gli editorialisti si rassicurano che l'amministrazione Biden ha almeno discusso privatamente "come gestire i suoi incontri con i membri più estremisti del nuovo gabinetto". (Questo è il piccolo scoop che gli editorialisti hanno dovuto ricavare da Axios).

Torniamo a Thomas Friedman. Il Times ha permesso ai lettori di commentare il suo articolo e la stragrande maggioranza dei commenti erano sostanzialmente d'accordo con lui. (Al contrario, gli estensori dell’editoriale non hanno previsto possibilità di commenti al loro lavoro).  Alcuni lettori hanno chiesto a Friedman, in modo esplicito: Che ne è dei massicci aiuti statunitensi a Israele? Forse è troppo pretendere che si schieri a favore della campagna nonviolenta Boycott Divestment Sanctions (BDS). Ma per lo meno: quando chiederà almeno di ridurre l'oscena quantità di aiuti statunitensi? 

 Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese