Il Manifesto, 27/7/2016
da: Michele Giorgio, Gerusalemme
Questa parte di Qalandiya ora assomiglia a Gaza, con quei 12 edifici rasi al suolo o demoliti in gran parte dai bulldozer israeliani entrati di notte nel villaggio. I proprietari delle abitazioni abbattute non ci sono, almeno così ci dicono. «Non li vedi qui in giro perchè hanno paura, temono di dover pagare (agli israeliani) le spese per la demolizione delle loro case. È già accaduto da altre parti e si tengono a distanza», ci spiega un signore sulla cinquantina che si presenta solo con il nome, Ahmed. Forse è uno di quelli che hanno perduto la casa e lo nasconde. Pare che i militari israeliani siano intenzionati ad avviare retate nel villaggio e nel campo profughi dopo che l’altra notte decine di shebab palestinesi hanno affrontato i bulldozer con nutriti lanci di pietre nel vano tentativo di fermare le demolizioni. I feriti sono stati una decina, sul terreno ci sono i segni della «battaglia»: candelotti di gas lacrimogeni, proiettili rivestiti di gomma, i resti di pneumatici dati alle fiamme.
Le autorità israeliane avevano emesso ordini di demolizione per quelle 12 case tirate su con pochi soldi, senza il permesso edilizio che costa troppo e si rischia di aspettarlo inutilmente per anni. Ad aggravare la “colpa” dei proprietari è stata anche la vicinanza di quelle abitazioni al Muro di separazione costruito arbitrariamente da Israele. L’area di Qalandiya in gran parte è “Zona C”, il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Tel Aviv. In questa porzione di terra palestinese riuscire ad ottenere il via libera a nuove costruzioni, anche per un muretto, è una mission impossible. Tra il 2010 e il 2014 le autorità militari hanno approvato solo 33 delle 2020 richieste presentate dai palestinesi. Per tanti l’unica soluzione è fare a meno dei permessi, se si vuole dare un tetto a un figlio che si sposa o aggiungere una stanza a una casa troppo piccola per una famiglia che cresce.
I dati pubbicati ad aprile dalle Nazioni Unite hanno rivelato un aumento di quattro volte rispetto allo scorso anno del numero di demolizioni. Nella prima metà del 2016 sono state rase al suolo più abitazioni palestinesi che nell’intero anno precedente, aggiunge il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem. 168 demolizioni, nell’intero 2015 erano state 125. Sono avvenute in particolare nella Valle del Giordano e nella zona di Hebron, due delle aree dei Territori occupati dove maggiormente si espandono le colonie israeliane. Le altre demolizioni hanno riguardato Gerusalemme Est, dove il 26 luglio stati annunciati appalti per 323 appartamenti in quattro colonie ebraiche: Gilo, Neve Yaacov, Pisgat Zeev e Har Homa.