Diario di Paola in Palestina - 10 ottobre

Diario di Paola in Palestina – 10 ottobre 

Ieri mattina vado a Gerusalemme. Tanto per cominciare perdo il pullman, ma dopo pochi minuti passa un taxi. Temo abbia già passeggeri, ma è vuoto, ed è ben contento di portarmi al posto di blocco del Muro.


Prima di arrivarci, seduti sul marciapiede, quindici fra soldati e poliziotti palestinesi, intenti a far letteralmente niente. Poco più in là, altri 5, che invece sono in piedi, e parlano con il guidatore di un'auto che hanno fermato. Un posto di blocco palestinese, prima del Muro israeliano?

Davanti al Muro, 9 taxi fermi. Non che il lavoro abbondi, qui. Chissà se è in relazione con la stranezza, per chi come me viene da fuori, delle belle case in cima alla collina di Beit Jalla, vuote e chiuse. Spiega B.: buona parte di chi viveva qui è emigrato; molti sono in Sud America

Labirinto del posto di blocco. Tre diversi controlli da parte di soldati. A me si limitano a guardare il frontespizio del passaporto e il contenuto della borsa, che passa attraverso una macchina del tipo in uso negli aeroporti.

Di là dal Muro, un bus palestinese, che mi porta fino alla fermata dei pullman in cima alla Nablus Street. Lì, almeno 30 poliziotti armati.


Salgo su un altro bus, per Sheikh Jarrah. Passano due soldati, con mitra e manganello di legno. In alto, una mongolfiera, che dev'essere pure quella della polizia. Così pure l'elicottero, che volteggia sopra di noi
Davanti al centro di Ricerca archeologica, 6 poliziotti (sarà perché davanti c'è un ministero israeliano?)

Alla cooperazione italiana parlo con A., che lavora lì. Dice che sono troppo critica del MoH, che da qualche parte si dovrà pur cominciare, per costruire uno stato. E che il progetto del centro Peres è non solo vergognoso, ma pure un enorme spreco di denaro.

Ho un appuntamento volante con Mariella, che insegna italiano all'università di Gerusalemme Est e a Betlemme. Le spiego dove sono; risponde: "ti vengo incontro, così non ti perdi. Tanto non riesci a chiedere indicazioni: la città è deserta". Vero. Le strade sono vuote. Di fronte a quella che porta alla Città Vecchia, una pattuglia della polizia vieta l'accesso alle auto. Hanno l'aria molto poco amichevole, e fanno passare anche la voglia di attraversare a piedi. E sì che, come dice Mariella, lei e io siamo vestite da occidentali, per cui nessuno ci tocca.


Anche la maggior parte dei negozi sono chiusi e sbarrati. E' vero che è venerdì, ma nei venerdì normali qualcosa di aperto c'è, e la gente affolla le strade.


Mariella vuol portarmi a vedere la Città Vecchia, ma esito. La sera prima B. mi aveva telefonato due volte; la seconda apposta per dirmi "non andare alla Città Vecchia, perché da quel che hanno detto alla televisione ho capito che è facile che la polizia provochi". Alla fine decido di fidarmi di Mariella e di andare con lei, che in Città Vecchia ci abita: evidentemente sa come muoversi.

 

"Fuori casa", racconta, "incontro solo gente dai 60 anni in su. I giovani non escono: temono la polizia, i soldati, e gli ebrei ortodossi. Le colonie si espandono: hanno preso due case nel quartiere cristiano (una l'hanno comprata, l'altra presa e basta) e sopra ci hanno messo bandiere israeliane".


Di fronte alla Porta di Erode, polizia in quantità inverosimile. Tuttavia, entrate nella Città Vecchia, la situazione rapidamente si sblocca: un mucchio di gente prende ad affollare le strade. "Stanno uscendo dalle moschee", mi spiega Mariella. La tensione di stamattina si allenta.

Proprio davanti alle Mura, gli eterni lavori di costruzione della metropolitana leggera, progettata per connettere Gerusalemme Ovest alle colonie. Osserva Mariella: "Proprio sotto le mura, che sono una delle meraviglie del mondo. Pensa se lo facessero davanti, sotto il Colosseo. E l'UNESCO, che dica qualcosa?".

 

Già; non avevo fatto 2 + 2. Il passaggio dei tram rischia di minare le mura, ma questa somiglia alla storia degli scavi 'archeologici' sotto la moschea di Al Aqsa e le case palestinesi. Far crollare il passato palestinese, mentre si cacciano i palestinesi del presente.

Andiamo al Jerusalem Hotel, dove ci aspetta B., più tardi raggiunta dalla sua amica Am.. Am. è una di quei sionisti che ritiene ci voglia uno stato palestinese, e quindi non è d'accordo con me, quando critico il MoH. Dice che il problema è che questi non sono mai stati, e non sono ora, responsabili verso il loro popolo.

 

Le rispondo che il problema è che i palestinesi non hanno eletto i loro governanti, e che uno dei premi del governo italiano per il fatto che si tengono Abbas è un programma di salute per i beduini: quando avevano votato Hamas, Israele, gli USA e l'Europa avevano per l'appunto risposto bloccando (tra l'altro) gli aiuti, con il che avevano chiuso ospedali e scuole.

Ora il programma di salute che ha come vero effetto quello di pagare i salari dei due impiegati, di due medici, quattro infermieri, due autisti e di un certo numero di cleaners, addetti alle pulizie, a tempo parziale. In questo modo, si frena l'esodo di alcune famiglie. Altri effetti pratici mi sa che non ci siano, perché ha comunque poco senso preoccuparsi di fare ecografie in gravidanza ed elettrocardiogrammi a gente che non ha da bere e da mangiare, ne' foraggio per le capre. Ma si vede che Am. non mi segue.


Passiamo in auto dietro all'ufficio centrale della polizia (o è il ministero degli interni?). Nel cortile, più di venti bus: hanno portato a Gerusalemme, oggi, poliziotti da tutto il Paese. Più di 2.000, dice B.. Quando la sera sfoglio Haaretz, vedo che secondo il giornale erano 2.500

Più tardi, Am. accompagna B. e me dall'altra parte della Linea Verde. E, guidando, si accalora nel difendere la propria fede sionista. "Senza il sionismo non sarei nata". Mamma polacca, padre tedesco, fuggiti dall'Europa alla fine degli anni '30, si erano sposati nel '44, dopo che lui aveva finito il servizio militare per gli inglesi. Ricorda la storia di Uri Avnery. Dopo di che, resta da domandarsi se gli arrivati prima della guerra non potevano acconciarsi a vivere con i palestinesi, anziché cacciarli. Ma non intervengo: è chiaro come il sole che Am. non è interessata a sentire altri discorsi.

Passiamo vicino alla colonia di Har Gilo (= Montagna di Gilo), e da un posto di blocco. Dove però non ci controllano i documenti, perché, a parere dei soldati, siamo dirette a una colonia. Invece Am. devia in zona A.

 

Ha telefonato ai palestinesi cristiani di cui è amica, che abitano a Betlemme, e questi le hanno risposto di fermare la macchina in un parcheggio noto: arrivare a Betlemme con un'auto con targa israeliana, oggi che c'è sciopero, non è consigliato. "Ah", dico ad Am. e B. "vuol dire che è pericoloso" (sottinteso: stai a vedere che, se non mio padre, avevano ragione i cugini di Rechovot, che vivono nella poco tranquilla convinzione che lo stato di Israele finirà in un bagno di sangue, e che i palestinesi li accoltelleranno?). "Ma no", scuotono la testa le due, "semplicemente, ti guardano male".


Così arriva in auto il palestinese con il figlio piccolo, e ci fa salire tutte e tre. B. mi presenta: "è un medico italiano, venuta a curare i beduini". Si vede che da queste parti, malgrado le mie critiche, la cosa (per lo meno presentata così) non è vista male.

Torno in ufficio. C'è un numero di qualche mese fa della rivista della cooperazione italiana: come mandare, 'per la pace', dieci bambini palestinesi feriti a curarsi in Italia. Con la felicità del centro Peres e di Frattini.

 

E così Peres, dopo aver elogiato i bombardamenti dei civili a Gaza, si presenta come il salvatore di quelli che ha fatto ferire, e dei parenti di quelli che ha fatto ammazzare

Alla sera, sento S., a Torino; i suoi vivono a Gerusalemme Est. Non mi lascia aprire bocca: "Ma cosa succede, a Gerusalemme? E' vero che ne hanno feriti 5 o 6?"