Diario di Paola in Palestina – 11 ottobre
Bus da Beit Jalla al posto di blocco. Qui ci fanno scendere tutti, controllano i documenti e il contenuto delle borse. Ci sono una soldatessa, un tale non in divisa ma pure lui con il mitra, e 2 poliziotti. Più in là, la camionetta della polizia. Tutti i palestinesi su quel bus hanno la carta di identità blu, di Gerusalemme. Evidentemente gli altri, sapendo che l'accesso per loro è vietato, neanche ci provano.
Per le strade di Gerusalemme, ebrei ortodossi di vario grado di osservanza, facilmente identificabili in base al vestiario. (Oltre un certo livello di ortodossia, aumenta anche il numero di bambini).
Nuovo bus per Ramallah. Qui la piazza principale è molto affollata, per qualcosa che tradurrei come intermedio fra un corteo per carnevale e una dimostrazione, e la polizia controlla il traffico. Chiedo cosa succede: è il circo, mi rispondono. La diversità rispetto all'Italia è che qui si sventolano bandiere (palestinesi, ovviamente).
Chiacchiero con Paula e il marito, palestinese. Per vedere i parenti a Ramallah, sono passati dal ponte Allenby. Così anche lei ora ha sul passaporto il timbro 'Valido solo per l'area A', dell'Autorità Palestinese.
Parlando di come torno a Beit Jalla, si scopre che lui non può prendere i bus che ho preso io, con cambio a Gerusalemme. Deve fare un lungo giro traverso, come fanno tutti i palestinesi che non hanno il permesso di entrare nella città; giro molto più lungo, soggetto ad attese ai posti di blocco e a code imprevedibili. Difficile pensare che sia per 'motivi di sicurezza': il marito di Paula è un simpatico signore di più di 70 anni.
Mi chiedono del progetto per i beduini, e mi provo a spiegare. "E' che qui tutto funziona per la carità internazionale", mi rispondono loro. "Se si interrompe, qui si ferma tutto". "Come quando le elezioni le aveva vinte Hamas", interloquisco. "Sì, ma anche adesso. Se Abbas non si comporta 'bene' - hai visto per il report di Goldstone? - , c'è il rischio che blocchino tutto".
Cerco di tornare indietro presto, perché l'ultimo bus da Gerusalemme a Beit Jalla è alle 18.30. Ma da Ramallah non si può andare direttamente a Gerusalemme. Tocca salire su un bus per il posto di blocco a Qalandyia, passare il posto di blocco a piedi, e prendere un altro bus dall'altra parte.
Lunghe code al posto di blocco. Finisco nella fila 3, lunghissima. Per lo meno per i miei standard, perché i palestinesi in coda non protestano. Devono esserci abituati, oppure sanno che è inutile e pericoloso dire alcunché. Dopo un po' un militare indica a chi è in fondo alla fila di andare a quella n. 5. Con altri, ci vado, ma il tornello è chiuso. Così ritorno alla fila 3. Dopo un po', di nuovo segnalano di andare all'entrata 5. Adesso aspetto che ci vada prima qualcun altro. Ma in realtà dopo qualche minuto aprono davvero l'entrata 5. Ma quando sono dentro il tornello questo si ferma, e resto bloccata lì. Finché decidono di farlo partire di nuovo. Pare di essere trattati come pecore.
All'entrata 5 il soldato controlla attentamente il mio passaporto, timbro di entrata compreso. Da questo posto di blocco, un passaporto tedesco di proprietà di un/a israeliano/a, privo cioè del timbro di ingresso, non serve. Occorre sapere da che parte si può passare. Situazione peggio che kafkiana.
Bus per Beit Jalla. Adesso a Gerusalemme Est di nuovo sono transennate strade.. Il bus, come le auto, è costretto a cambiare percorso.
Molti ultraortodossi diretti alla Città Vecchia, e soldati. L'atmosfera però mi pare meno tesa che ieri. Intanto non è sciopero. Poi ieri erano i palestinesi che chiedevano di accedere alle loro moschee, quindi Israele aveva mandato esercito e polizia per difendersi da loro. Oggi sono gli ebrei variamente ortodossi a dichiarare che Gerusalemme Vecchia è loro, e il governo israeliano li difende: che problema c'è?
Pare che sia l'ultimo giorno di Sukkot. "Devono pregare al Muro del pianto", spiega la mia vicina di sedile, palestinese di Beit Jalla, maestra d'asilo in una scuola tedesca.
E così Israele chiude l'accesso alla città a chi di andare al Muro del pianto non è gran che interessato. Anche questo è solo un capitolo di una storia già vista.