Diario di Paola in Palestina – 15 ottobre
Non si riesce a far funzionare la stampante.
Andiamo a Kisan. Commenta M., per strada: "Le vedi, le colonie? Terra palestinese non ce n'è più". La colonia di Gush Etzion, con i tetti rossi e i campi coltivati, si estende da entrambi i lati della strada".
Arriviamo a Kisan. La medico riferisce che nel villaggio visitato due ore prima di pazienti ce n'erano solo 5: l'ostacolo è il pagamento. In più, ogni due settimane passa la Mobile Clinic del Holy Family, che è praticamente gratuita.
Riunione con il capo villaggio nel centro comunitario di Kisan. La stanza, dipinta all'interno di blu e con un'acustica pessima, mostra appese alle pareti le foto di due soldati armati: ammazzati in quest'ultima Intifada? In più, la foto di un torrente alpino. Qui l'acqua che scorre si può solo sognare.
La medico chiede che le si fornisca una lampada, in particolare per le visite ginecologiche. Sorge immediatamente il problema della connessione elettrica: che fare dove non c'è? Pare che da qualche parte esista un generatore.
A pochi chilometri di distanza, le colonie hanno acqua ed elettricità a volontà. E noi ci affanniamo per un generatore.
I bambini, che escono da scuola, mettono dentro la testa, per curiosare chi sono questi strani individui.
Il problema successivo è l'ambulatorio su cui Israele ha emesso un ordine di demolizione. M. si informa dal capo villaggio: "Che ne è degli yahud e del demolition order?". Risposta: "Posposto". Come dice Jeff, si vive con una costante spada di Damocle sulla testa.
La medico insiste: "Qui la gente deve avere il servizio medico gratis: comunque non sono in grado di pagare".
Sono intanto arrivati dei pazienti. Esibiscono la tessera dell'assicurazione: il capofamiglia fa il soldato per la PA, così è assicurata tutta la famiglia. Sulla tessera ci sono i nomi dei figli, le date di nascita e una foto della famiglia tutta intera. Mi spiegano che esistono assicurazioni diverse per le famiglie in cui il capofamiglia comunque lavora. Chiedo se la PA ha dati precisi su chi lavora nelle colonie, ma non ricevo risposta
Parlo con il capo progetto: "Qui la cosa più urgente è risolvere il problema del rilascio della tessera sanitaria per indigenti da parte del competente 'ministero'". La cosa si presenta non semplice neanche per noi, perché occorre che si parlino il 'ministero' della sanità, quello del lavoro e quello degli affari sociali. "Poi", azzardo, "il problema è politico". "Vuoi dire del MoH?" "No, politico più ampio. Per esempio, che senso ha che ci affanniamo per un generatore, quando le colonie pochi chilometri più in là l'elettricità ce l'hanno automaticamente? Non ha più senso denunciare il tutto?". Non si arrabbia, il capo progetto, e così azzardo qualcosa in più: "Noi qui siamo perché l'idea del DiSvi è di contribuire alla formazione di uno stato palestinese - "due popoli due stati" - partendo dall'aiuto ad un 'ministero', quello della sanità. Ma ha senso tutto questo? Se finisce l'occupazione, magari poi a costruirsi uno stato ci pensano loro".
Torniamo. M. traduce parte della conversazione che si è svolta in arabo: "Chi comanda il team medico è l'autista". "! E' perché è l'unico uomo, no?" domando. M. non risponde, e continua: "Ha comunicato al capo villaggio che se lì non asfaltano la strada la Mobile Clinic non ce la porta più".
Sulla strada ci ferma uno stradino che porta una giacca con scritte in ebraico: "Rallentate", dice. Infatti, stanno asfaltando la strada (gli israeliani).
Posto di blocco volante, israeliano. Ci fermano due soldati con il giubbotto antiproiettile e il mitra. "Da dove venite?" "Dall'Italia", risponde il capo progetto. "E tu?" chiede uno dei due a M.. "Sono palestinese". Risultato: chiedono il documento (la carta d'identità verde) solo a lui, e i nostri passaporti li ignorano
Pochi metri più in là, una camionetta carica di soldati armati
Tre soldati israeliani entrano nella torretta del posto di blocco. Davanti, lunghe code di auto. Chiedo se il posto di blocco è in funzione, ma la risposta di M. è negativa. Ma i soldati comunque sono nella torretta, pronti a chiudere il posto di blocco al primo ordine superiore.
Entriamo a Beit Jalla, e ci ferma una pattuglia di soldati palestinesi, armati di fucile. Due giovani; l'altro avrà 45-50 anni e la pancia.
Bofonchia poi M.: "Devono essere a caccia della stessa persona, gli israeliani e i soldati palestinesi. Gli israeliani devono aver comunicato il nome della persona da prendere. Siamo bravi, noi, a proteggere chi ci occupa. Siamo ottimi allievi del generale Dayton: impariamo bene"
Di buono in tutto questo c'è che M. sa di potersi fidare dei due italiani con cui lavora, e che parla a ruota libera.
Il capo progetto cerca di fissare una riunione con il 'ministro' della sanità palestinese. Per lo meno le comunicazioni sono semplici, perché parla italiano.